“Gli imprenditori e i condizionamenti mafiosi” Al seminario nazionale antiracket interviene il professor Rocco Sciarrone, docente all’Università di Torino
10/10/2009 Al seminario nazionale delle associazioni antiracket in corso a Lamezia Terme, il professor Sciarrone ha illustrato un suo studio scientifico condotto nel mondo dell’imprenditoria che si è trovata ad avere rapporti con la criminalità mafiosa. La ricerca è partita dal mondo imprenditoriale della Piana di Gioia Tauro per poi estendersi in diverse altre regioni, prevalentemente del Mezzogiorno d’Italia. Il docente ha prima di tutto parlato delle “competenze mafiose”, ovvero dell’uso specializzato della violenza, della capacità di manipolare e utilizzare le forze sociali che la criminalità organizzata esprime sul territorio. Sciarrone ha spiegato che “nell’organizzazione di ‘Cosa nostra’ si tengono in grande considerazione gli introiti relativi alle estorsioni, senza dimenticare che i mafiosi che praticano il pizzo fanno carriera; l’attività estorsiva ‘arricchisce’ il loro curriculum. Il pizzo - ha detto il docente - rientra nel processo di legittimazione del potere mafioso che ha carattere coercitivo e consensuale. I mafiosi usano la forza di attrazione relazionale, incentivano obblighi e favori reciproci. Nell’imposizione del pizzo i mafiosi lasciano anche dei margini di negoziazione, quindi vengono sovvertite le regole, il modo di fare economia nel contesto locale. In questo modo il rapporto con i mafiosi si sviluppa con una serie di vincoli e opportunità”. Sono state poi illustrate le diverse “categorie” di imprenditori che si sottomettono al giogo del racket e dell’usura. Ci sono gli imprenditori “subordinati” che hanno con i mafiosi una relazione di tipo puro, fondata sulla coercizione. Questa classe imprenditoriale agisce all’esterno in maniera statica: accetta di pagare e basta, con la sola garanzia che possa continuare a lavorare. Poi ci sono gli imprenditori “dipendenti”: sono quelli che non sono autonomi sul mercato e che per operare hanno bisogno di fare riferimento alla mafia. E’ una categoria che è spinta ad adottare un tipo di comportamento anti-imprenditoriale, un atteggiamento che limita l’attività perché compiere nuovi investimenti aumenterebbe le richieste dei mafiosi. Sciarrone è poi passato a delineare la figura dei “collusi”: sono gli imprenditori che stabiliscono rapporti interattivi con i mafiosi, disposti a trovare accordi da cui derivino obblighi reciproci. Quindi una categoria che punta ad un rapporto scambievolmente vantaggioso. Nella ricerca del docente compaiono anche gli imprenditori “in fuga” e quelli “scoraggiati a priori”. Altra categoria è quella degli imprenditori “strumentali” che accettano preventivamente di collaborare con i mafiosi perché pensano che questo legame possa promuovere i loro interessi e far crescere i loro affari. Esistono anche gli imprenditori “clienti” con cui viene definito un rapporto di tipo prettamente clientelare che ha le caratteristiche di essere stabile e continuativo. I mafiosi dagli imprenditori clienti ricevono dei vantaggi: investono nei cosiddetti settori protetti come quello immobiliare; si infiltrano nelle attività illegali che non richiedono particolari abilità manageriali. Tutto ciò scoraggia l’intraprendenza imprenditoriale sana, e alimenta la zona grigia tra vittime e complici da cui la mafia trae giovamento. Sciarrone ha anche puntualizzato che “estorsione e collusione sono due facce della stessa medaglia. Il rapporto con i colletti bianchi funziona per la capacità relazionale dei mafiosi. Inoltre la mafia tiene molto alla costruzione del consenso: l’estorsione è il primo passo che segna l’ingresso dell’organizzazione criminale all’interno di un’azienda. La pratica collusiva lentamente si trasforma in un’azione di successo e il ‘pizzo’ viene così istituzionalizzato”.

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