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Seminario nazionale Fai – seconda sessione

10/10/2009 Prosegue nella sala consiliare di corso Numistrano a Lamezia Terme il seminario nazionale delle associazioni antiracket. La seconda giornata di lavori è stata introdotta dalla relazione di Luigi Cannavale, magistrato della Dda di Napoli, sul tema: “Racket e antiracket nell’esperienza napoletana”. Il magistrato ha centrato l’attenzione sulla questione dei subappalti che nel napoletano sono imposti dalla camorra a prezzi stralciati. In questo modo non c’è rispetto per le normative vigenti: nessun diritto riconosciuto agli operai, nessuna sicurezza sui cantieri senza dimenticare i materiali scadenti utilizzati per i lavori. “ Per evitare ciò – ha detto Cannavale – si sta pensando di sanzionare gli imprenditori che non denunciano. A Napoli si è già arrivati a qualche condanna. E’ necessaria – ha rimarcato il magistrato - una nuova linfa per far ripartire l’associazionismo serio”. A questo proposito Tano Grasso, presidente onorario della Fai, ha auspicato un maggiore controllo all’interno delle associazioni antiracket. “Riscontriamo il tentativo di alcuni imprenditori di strumentalizzare l’associazione che viene considerata un passe-partout per ottenere agevolazioni. Abbiamo una responsabilità che la storia ci ha dato – ha incalzato Grasso- allora è preferibile che sia la metà delle associazioni esistenti, ma che queste siano serie e realmente operative”. Anche Giosuè Marino, commissario straordinario del governo per la lotta all’usura e al racket ha puntato il dito contro le speculazioni all’interno delle associazioni antiracket. “Le regole – ha detto Marino devono essere forti e stringenti”. Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, ha affermato che Calabria e Sicilia sul piano della lotta al fenomeno estorsivo hanno situazioni diverse. Il magistrato ha ricordato due date: il 29 agosto 1991, giorno in cui venne ucciso l’imprenditore Libero Grassi; e poi il 10 novembre 2007, quando al Teatro Biondo di Palermo, nacque la prima associazione antiracket. “Due date decisive – ha sottolineato Prestipino - negli anni in cui Palermo ha avuto dei rappresentanti delle istituzioni come il prefetto e il questore che hanno segnato la loro presenza incisiva sul territorio. Le indagini – ha continuato il giudice - devono seguire una strategia. I processi di estorsione non sono come gli altri: devono avere una priorità”. Secondo Prestipino “il pizzo è l’Irpef della mafia. Le organizzazioni mafiose senza queste relazioni esterne non campano. La procura palermitana ha organizzato i processi con questa logica”. Per quanto riguarda la Calabria Prestipino ha dichiarato : “Qui siamo indietro. Polizia e magistrati si pongono solo il problema di garantire l’anonimato di chi denuncia, quando invece proprio le forze di polizia dovrebbero organizzare la rivolta, il sistema antiracket. Questa è una cultura investigativa arretrata, si privilegia un rapporto personale con chi denuncia e l’episodio rimane isolato”. Prestipino ha insistito sul fatto che “la collaborazione va costruita. Dobbiamo cominciare a parlarci seriamente, abbiamo bisogno di un colpo d’ala e se non ci proviamo non voleremo mai. Le risorse umane ci sono, basta scovarle. Nel 1991 – ha fatto notare il magistrato - la situazione a Palermo non era migliore di quella attuale in Calabria, ma da lì è partito tutto”. Prestipino ha così concluso: “Abbiamo un solo nemico, non è la ‘ndrangheta, ma siamo noi stessi. Noi dobbiamo iniziare a comunicare e lasciar perdere quelli che dicono che tanto è inutile fare qualcosa contro il racket che non cambia niente”.

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